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Le emozioni non si imparano (ma i sentimenti e l’Intelligenza Emotiva, sì)




Siamo esseri profondamente relazionali e tutte le nostre relazioni, dalle più insignificanti a quelle fondamentali e da quelle infantili a quelle adulte, si basano sulle nostre emozioni e sui nostri sentimenti.


C’è molta confusione oggi.

Tra pulsioni, emozioni, sentimenti, affettività, relazioni.


Spesso si confonde il nostro istinto all’attaccamento (cioè il bisogno/pulsione di legarci a un altro essere umano che è innato nel nostro sistema di sopravvivenza) con le relazioni.


Provare un attaccamento per qualcuno non ci dice nulla sulla qualità dei nostri sentimenti e tantomeno sulla qualità della nostra relazione.


Molti non sanno distinguere la differenza tra pulsioni, emozioni e sentimenti e raramente si è a conoscenza che si tratta di 3 gradi differenti di evoluzione: si parte dalle pulsioni istintive (spinte irrefrenabili che ci spingono ad agire) per arrivare alle emozioni che attivano il sentire e per poi giungere ai sentimenti.

 

Gli impulsi sono fisiologici, biologici, naturali. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata rispetto all’impulso. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta, perché non solo è una faccenda emotiva, ma anche cognitiva - Umberto Galimberti

 

Conoscere la differenza tra emozioni e sentimenti è vitale per le nostre relazioni e altrettanto vitale è saperli indagare.

Sono i sentimenti a legarci a qualcuno a lungo termine, ma sono le nostre emozioni quotidiane a dettare l’andamento della relazione.




Del mondo emozionale che ci abita, nessuno ci insegna nulla.

Non sappiamo dare un nome alle emozioni e non sappiamo riconoscerle o distinguere le sfumature tra le une e le altre;

non sappiamo che cosa le provoca;

non sappiamo che ogni emozione produce una reazione ed è quella a cui dobbiamo fare attenzione: spesso invece di imparare a gestire emozioni e le conseguenti reazioni, le agiamo attraverso comportamenti automatici, non di rado inappropriati alle situazioni.


Non sappiamo nulla del funzionamento del nostro “cervello emotivo” e nessuno ci insegna a indagare i nostri sentimenti: non sappiamo neanche da che cosa sono fatti e da che cosa abbiano avuto origine. Alcuni li assumiamo perché qualcun altro li prova e poi ce li passa: il sentimento del razzismo, dell'odio, dell'omofobia, il disprezzo per i diversi, l'intolleranza per un certo gruppo etnico sono appresi attraverso qualcuno che ce li ha inculcati: a volte, è la società stessa a diffonderli.

Non abbiamo la più pallida idea che le nostre convinzioni, i dictat culturali in cui viviamo, il modo in cui consideriamo gli altri è alla base dei nostri sentimenti: di quelli belli e di quelli orrendi.

Non sappiamo che a forza di vedere sciagure, leggere di nefandezze, ci convinciamo che tutta l'umanità sia orrenda e ci sentiamo leggittimati a esprimere disprezzo e rabbia e odio.

Non sappiamo che i sentimenti si imparano e che, però, possono essere sottoposti a revisione, esplorando le convinzioni a cui sono legati, soprattutto quando ad abitarci sono sentimenti negativi.


”L’amore si impara, il pregiudizio s’impara, l’odio si impara, la premura si impara, la responsabilità si impara, l’impegno si impara, il rispetto si impara, la bontà e la gentilezza si imparano. (…) Questi sono tutti sentimenti e si imparano non solo durante l'infanzia, ma nel corso di tutta la vita. Come abbiamo imparato sentimenti odiosi, così possiamo disampararli e sostituirli con altri più evoluti che ci aiutino a vivere relazioni soddisfacenti e a dare vita a un'altra più evoluta società - Leo Buscaglia

 

L’Intelligenza Emotiva: un viaggio di apprendimento (e di speranza) tra emozioni, autoconsapevolezza e competenze relazionali






Purtroppo l’elenco delle mancanze in riferimento al nostro mondo emozionale e che stiamo vedendo dilagare tra i giovani ha un nome: analfabetismo emotivo.


L’analfabetismo emotivo è la mancanza di consapevolezza e quindi di controllo delle proprie emozioni e delle reazioni che ne conseguono; è l’incapacità di capire le ragioni che soggiacciono ai nostri comportamenti ed è l’incapacità di relazionarsi con le emozioni altrui che non vengono né riconosciute, né rispettate.

Nessuno può dirsi alieno da qualche forma di analfabetismo emotivo perché se è vero che le emozioni non si insegnano dal momento che sono innate, è altrettanto vero che nessuno ci insegna che cosa farne e soprattutto come utilizzarle bene.

In questo momento storico, meno che mai.

Si invoca la necessità di un'educazione affettiva ed emotiva per i giovani e poi non riusciamo a metterci d'accordo neanche su che cosa sia e a chi pertenga il dovere di insegnarla.

Che si tratti dei nostri ragazzi o di noi, non c’è credenza più errata che pensare che non ci sia nulla da imparare sulle emozioni e su come funziona la nostra mente emotiva.

Eppure di Intelligenza Emotiva si parla da anni.

Da anni esistono corsi.

Da anni, anche ad altissimi livelli manageriali, l’Intelligenza Emotiva è considerata la competenza più importante di un individuo, anche più del suo quoziente intellettivo, perché indica un profondo equilibrio interiore.

 

Quando si parla di Intelligenza Emotiva ci si riferisce a un modello teorico e pratico che permette di sviluppare la capacità di percepire con precisione le emozioni, di generarle e di comprenderle così da regolarle in maniera riflessiva allo scopo di promuovere la propria crescita emotiva e intellettuale e le nostre relazioni.

 

L'Intelligenza Emotiva è una componente dell'intelligenza che consiste nella capacità di percepire, valutare, comprendere, utilizzare e gestire le emozioni. Le persone con un'elevata intelligenza emotiva sanno riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, posseggono la capacità di gestirle e utilizzano queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni.

Diventare emotivamente competenti non è un'opzione, è una necessità esistenziale se vogliamo dare vita a una società più evoluta.


Una persona emotivamente competente:

  • sente chiaramente le proprie emozioni (l’anestesia emotiva è uno dei mali della nostra società)

  • sa dare un nome alle proprie emozioni.

Possiede un alfabeto emotivo preciso che gli permette di distinguere le varie emozioni e di nominarle precisamente nel momento in cui le comunica (sono arrabbiato, non è uguale a sono irritato sono frustrato mi sento impotente etc.

  • è in grado di comunicare il proprio stato d’animo

  • sa gestire le proprie emozioni. Sa modularne l’intensità e sa decidere che cosa farne. Non tutte le emozioni debbono essere espresse o comunicate

  • sa distinguere chiaramente l’emozione dalla reazione. (per esempio la rabbia è un’emozione, tirare uno schiaffo o insultare è una reazione alla rabbia) e le emozioni dai sentimenti

  • è in grado di riconoscere che cosa ha provocato le sue emozioni (qualcosa che accade fuori o pensieri e convinzioni interne) e sa modulare la reazione in base alla situazione presente

  • è in grado di accettare pienamente le proprie emozioni e sentimenti (senza necessariamente agirli)

  • è  in grado di indagare i propri sentimenti e di esplorare le componenti cognitive e le convinzioni che ne sono alla base

  • in grado di rivedere le convinzioni e i dictat culturali che sono alla base dei propri sentimenti negativi e liberarsene

  • è capace di empatia: sa riconoscere le emozioni degli altri e sa relazionarsi ad esse in maniera efficace

  • è consapevole dei propri limiti e delle proprie risorse

  • ha fiducia nelle proprie potenzialità e in quelle altrui

  • è flessibile di fronte al cambiamento e sa adattarsi alle nuove situazioni


Ora, in riferimento alla possibilità di attivare l'Intelligenza Emotiva ci sono due notizie: una bella e una brutta.


La notizia bella è che l’Intelligenza Emotiva si impara e si amplia: si può imparare a qualsiasi età (dai 0 ai 90 anni) grazie a tantissimi modelli teorici di apprendimento e si può perfino insegnare ai bambini del nido e delle scuole materne (Carmela Lo Presti ha creato uno straordinario manuale per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva per nidi e materne, dal titolo “Intelligenza emotiva nella scuola dell’infanzia”, pieno di giochi e di esercizi per i più piccoli).


La brutta notizia è che nessuno che non abbia sviluppato la propria intelligenza emotiva può insegnarla - sia egli genitore o insegnante - e, ancora più tragicamente, è che è quasi impossibile dare vita a relazioni sane senza consapevolezza e autogestione emotiva.


Ma oltre queste due notizie, ce n’è una davvero meravigliosa: si può sempre decidere di ampliare le nostre competenze di Intelligenza Emotiva. E possiamo scegliere di farlo adesso.

Come? Leggendo dei libri, iscrivendoci a dei corsi, frequentando dei seminari.

La meraviglia di speranza e di miglioramento è, per fortuna, sempre nelle nostre mani.

L'Intelligenza Emotiva è davvero la madre di tutte le forme di educazione affettiva e ci permette di sviluppare il nostro potenziale relazionale al suo massimo.

Non solo a partire dagli altri.

Ma anche e soprattutto da noi stessi.


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