Voci dagli sguardi di Roma


C’è il cielo azzurro sui tetti di Roma. E a camminare nelle vie semivuote, è un vociare sommesso e inquieto di occhi. Pure se il sole fa una luce di primavera che acceca.


“Ora io ti passo accanto, ma misuriamo la distanza,” dice lo sguardo sfuggente della donna coi tacchi. “Io camminerò veloce e farò finta di niente, ma ti ho visto già, la tua mascherina non è messa bene e dovrò accelerare ancora di più il passo, mannaggia a me quando ho deciso di uscire coi tacchi e maledizione a te che proprio da qui dovevi passare”.

Vira leggermente a destra, a guadagnare centimetri come una salvezza dai tacchi.


“Entra, per favore”, dicono gli occhi dietro al bancone del negozio deserto. “Magari non compri, però entra, forse c’è qualcosa che ti può servire. Io sto qui da ore, fa’ almeno che serva. Ti faccio lo sconto”.

Sembrano braccia che si allungano fuori, quegli occhi.


“Ne ho viste tante”, dicono gli occhi di donna seminascosti dalle palpebre aggrinzite. “Che ne sapete voi.” La mano trascina sul marciapiede un carrello per la spesa e la mascherina se ne sta storta sul viso.

Avanzerebbero a passo di marcia le gambe, se non fossero così stanche.


“Io li odio questi,” dice l’azzurro cupo di un uomo in fila davanti alla Banca. “Una settimana per prendere appuntamento e adesso che entro è pure peggio”.

In mano una cartellina, abbracciata stretta sulla giacca aperta, come a parare i colpi.


“Io sto tranquillo, siete voi che c’avete un problema,” sorridono gli occhi del ragazzo barbuto che sta seduto all’aperto a prendere uno spritz con l’amico.

Ma le pupille si spostano veloci e la risata senza mascherina arriva troppo forte.

Ripete un “che me ne frega” sospeso di finta gioia, a dondolare su un filo nel vuoto.